Il torrente montano

Un uomo in calzoncini, maglietta e faro in testa, alle sei meno dieci di un Sabato mattina di fine Agosto mi sfreccia affianco mentre risalgo il sentiero che costeggia il torrente. Lo spavento si trasforma in sollievo quando realizzo di non essere da solo in quel posto a quell’ora. Facendo i primi passi nel buio totale della notte in un percorso montano è inevitabile chiedersi quale senso di colpa possa portarti in questo luogo a quest’ora. Le fantasie piscatorie che mi avevano coccolato durante il percorso in macchina si scontrano con la dura realtà del bosco di notte.

Lo spettacolo della natura, vissuto in prima persona, l’idea di vivere l’alba con le gambe nell’acqua, risalendo il torrente, con uno zaino e un’ attrezzatura da pesca semplice ma raffinata, mi porta, ancora una volta, a mettere la sveglia alle quattro del mattino e partire verso i monti.

Le gambe vanno bene e salgo senza problemi verso la meta, teatro di soddisfazioni poche settimane fa.

L’incontro con le trote di montagna è sempre emozionante. Mi affaccio con cautela davanti alla prossima buca senza fare casino, cerco un punto elettivo di posa e lancio. La abboccata sembra essere quasi scontata. La cosa che non è affatto scontata è prendere il pesce una volta allamato. La difesa dei pesci nei torrentini è diversa da quella che impegna il pescatore nei corsi d’acqua con portata maggiore. Le trote, una volta allamate, sembrano schegge impazzite che viaggiano da una parte all’altra della buca, facendo salti e numeri da circo. Tenere la tensione necessaria, già difficile, può non essere sufficiente e la slamatura durante il recupero è frequente. Poco male se lo scopo non è quello di fare quota.

La semplicità dell’attrezzatura si rivela un elemento imprescindibile per godersi a pieno la risalita. Niente mulinello, niente coda, poche mosche. Canna, filo e tre sommerse, le stesse per tutta la giornata, è tutto ciò che serve.

La cosa difficile di questa pesca è essere vigili e prudenti e trovare il coraggio di fermarsi e tirare un po’ il fiato. L’azione coinvolgente di pesca e la sua efficacia, infatti, ti porta a percorrere chilometri nella gola di una montagna senza rendertene conto, accumulando una certa stanchezza. Solo al ritorno realizzo che un infortunio la sotto si sarebbe potuto trasformare in un problema grosso visto che i cellulari non prendono in posti come questo.

Arrivano le dodici e stanchezza e qualche scivolata nel torrente mi fanno capire che è tempo di smettere e di tornare giù lungo il sentiero.

La passeggiata mi permette di scattare qualche foto con calma e di immortalare anche un cinghiale adulto, sicuramente alloctono.

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